Julieta

Julieta

Sceneggiatura: Pedro Almodovar

Regia: Pedro Almodovar

Cast: Adriana Ugarte, Emma Suarez, Rossy De Palma, Daniel Grao

Anno: 2016

Il film inizia con i preparativi per un trasloco. Julieta è intenzionata a lasciare la sua casa a Madrid per trasferirsi con il compagno Lorenzo in Portogallo. L’incontro casuale con Breatriz, l’amica d’infanzia della figlia Antia, le riporta alla mente i ricordi di un passato doloroso e per questo evitato.

Julieta rinuncia al trasferimento in Portogallo insieme a Lorenzo per iniziare un “trasloco nel passato”, si trasferisce nello stesso stabile dove aveva trascorso i difficili anni del dolore, un dolore intriso di sensi di colpa e inizia a scrivere una lunga lettera alla figlia Antia ormai adulta. La trama procede con flashback sapientemente ricostruiti a partire dall’incontro in età giovanile con Xoan, il padre di Antia.

La lettera potrebbe essere una specie di autobiografia, un raccontarsi come cura di sé.

Ricomposizioni – Ne avvertiamo il beneficio quando il ricordare, o il raccontare, ci trasmettono la sensazione di “tenerci insieme “. Un potere che chiameremo ricompositivo.

Il singolo ricordo, pur gratificandoci con quel dissolvente processo cognitivo che lo caratterizza, da solo non è mai una cura sufficiente.

La mente non si accontenta di evocare, per lo meno quando si occupa della propria autobiografia. Ha bisogno di “gettare le reti” tra i ricordi, per trattenere il più possibile ma soprattutto, usando un’espressione moderna, di “metterli in rete”. Facendoli conversare tra loro. In collegamento e rapporto.

È come se si stabilisse una sorta di Internet interiore: i ricordi dell’infanzia dialogano con quelli parimenti puerili degli anni successivi; gli episodi giovanili non possono fare a meno di andare a cercare quelli bambini, per conoscere se fra di essi sussistano continuità o nette fratture….. L’introspezione autobiografica sviluppa quindi un senso di pienezza e di autonutrimento; avvertiamo che ci siamo autoalimentati non attraverso le semplici rievocazioni ma mediante la trama interiore che abbiamo ricostruito e che ha dato luogo a immagini, forme, nuove storie. “(Duccio Demetrio).

In un toccante passaggio Julieta scrive alla figlia: “Ti ho educata con la stessa libertà con cui mi hanno educata i miei. Quando ci trasferimmo a Madrid e caddi in depressione non ti dissi niente, ma ero soffocata da un terribile senso di colpa per la morte di tuo padre e dell’uomo del treno. Avevo sempre evitato di parlartene, volevo che tu crescessi libera dalla colpa, ma tu l’hai percepita e, nonostante il mio silenzio, te l’ho trasmessa come se fosse un virus.”

Julieta comprende che la comunicazione con Antia travalica le parole, ha le sue radici nella parte più profonda e nascosta. La colpa rimane tra loro come un bubbone che non può essere curato perché non può essere narrato. Antia abbandona la madre senza lasciare traccia di sé.

Il finale lascia intravedere una possibilità di riavvicinamento. Julieta attraverso l’elaborazione della sua “storia” e delle sue relazione è pronta ad andare incontro alla figlia con una nuova consapevolezza. Lorenzo è rimasto sempre accanto alla compagna, anche quando lei lo ha lasciato e nella scena finale lo vediamo accanto a Julieta in cammino verso un diverso futuro possibile.

Bibliografia

Duccio Demetrio – Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. – Raffaello Cortina Editore 1996